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Antonio Caggiano
Campania oggi: tra i produttori
 
La storiella è quella di colui il quale disse che sapeva che Leonardo da Vinci era il nome di un transatlantico, anche il nome dell'aeroporto di Fiumicino ma, aggiunse, ignorava che fosse anche il nome di un grande pittore e scienziato. E allora, mutatis mutandis, Taurasi è anche il nome di un paesino, arroccato a circa 300 metri di altitudine, popolato di circa 3mila anime, in Irpinia.
Taurasi è anche il nome di questo paesino che, manco a dirlo, in suo territorio, lascia dimorare e ben vivere, da tempo immemore, la vitis hellenica, l'aglianico.
Dall'autostrada Napoli-Bari si esce al casello di Benevento e si seguono, laddove presenti, le indicazioni per Taurasi. In assenza di indicazioni basta chiedere e dopo un quarto d'ora vi si arriva. Prendendo come punto di riferimento la piazza del municipio, ci si fa indicare la cantina di un signore che sta dedicando i suoi anni alla valorizzazione del vino Taurasi: ANTONIO GAGGIANO.
L'età anagrafica, orgogliosamente esibita, pone il signor Antonio oltre i primi sessant'anni di esistenza ma - memori della saggia affermazione di Popper, secondo la quale ognuno ha l'età dei suoi pensieri - il signor Antonio diventa un sagace trentenne dalle idee ardimentose e dal concreto piglio di chi è determinato a raggiungere le prefissate mete.
La cantina è di struggente fascino, a tratti mistica, oserei dire.
In parte ricavata con materiale di risulta proveniente dalle macerie del terremoto del 1980, essa diviene - nel suo articolarsi tra corridoi e slarghi, tra cripte e giochi di luce e di acqua - il percorso della memoria dell'Aglianico e, nel contempo, il percorso della ricerca costante di una tensione all'eccellenza del vino prodotto.
Antonio Caggiano progetta il suo vino e poi entra in sintonia con le competenze di chi realizza, studia, affina e si confronta. In terra di Francia incontrò altro campano, il professore Moio e lo ricondusse in terra atavica allo scopo di presidiare e governare la realizzazione del Taurasi, il Taurasi di Antonio Caggiano, un Taurasi che, finalmente, è prodotto e imbottigliato a Taurasi e non, come sovente avviene, nei comuni limitrofi.
Il nome in etichetta è "Macchia dei Goti".
L'uvaggio è, manco a dirlo, Aglianico di Taurasi al 100 per cento, proveniente dai vigneti di proprietà in costante osservazione e in continua evoluzione.
La fermentazione avviene in serbatoi di acciaio inox a temperatura controllata.
Il vino invecchia in botti di rovere per un periodo di 24 mesi e successivamente passa ad affinarsi in bottiglia per i successivi 18 mesi.
Il "Macchia dei Goti" è prodotto in circa 22mila bottiglie.
Il driver di mercato è l'offerta, dacché la domanda è di gran lunga superiore.
Il "Macchia dei Goti" 1998, le cui bottiglie esemplarmente allocate abbiamo visto in cantina in affinamento, è, praticamente, già tutto venduto.
Antonio Caggiano, a invarianza di uvaggio base, esita anche altri due grandi vini.
Uno di questi è il "Taurì" che, ufficialmente, deve apporre in etichetta la declassante locuzione di "vino da tavola rosso dell'Irpinia".
L'uvaggio prevalente è lo stesso Aglianico di Taurasi, in ragione dell'80 per cento con un concorso di Piedirosso per un altro 15 per cento e con la chicca di un'aggiunta per il rimanente 5 per cento di un'uva bianca: il Fiano di Avellino.
La vinificazione delle uve Aglianico di Taurasi, in barrique, avviene separatamente da quella delle altre uve e l'assemblaggio ha luogo dopo l'invecchiamento in barrique non nuova della durata variabile tra gli 8 ed i 12 mesi. L'affinamento prosegue in bottiglia.
L'altro vino è il "Salae Domini", anch'esso, ufficialmente, "vino da tavola rosso dell'Irpinia". L'uvaggio è proprio quello del Taurasi Docg.
L'invecchiamento in barrique nuova dura tra i 12 ed i 18 mesi, a seconda dell'annata. L'affinamento è in bottiglia.
E i bianchi !?!
Antonio Caggiano si fa conferire uve Fiano da Lapio e uve Greco da Tufo, le prime a comporre il 70 per cento, 30 per cento le seconde e con fermentazione in barrique nuova esita il "Fiagre".
Deliziosa la sua risposta a fronte di puntuale domanda del perché di questa composizione quando i due uvaggi danno, in purezza, ottimi vini bianchi, già lustro dei bianchi Campani.
"Il Fiano è come una bella figliola, molto dolce, è bionda e ha le treccine. È graziosa assai, intriga ed ammicca. Deboluccia, è deboluccia di suo. Ma è bella proprio e anche per questa sua lieve diafanità. Il Greco è giovanotto intrepido ed esuberante. È forte senza esagerazione e senza ostentazione. Ma è tenero nel contempo per come cerca e desidera un abbraccio che, seppure vorticoso nelle intenzioni, si rivela poi aggraziato, suadente e felice".
Il percorso in cantina volge al suo compimento naturale in sala di degustazione sfociando. Già bella, Antonio Caggiano sta impreziosendola e ampliandola, a beneficio dei frequenti ospiti provenienti da tutto il mondo.
Le degustazioni, parche e meditate, regalano emozioni intense.
Raccontarle tutte diviene storia lunga. Omettere la notizia rende cattivo servizio al prode e paziente lettore. Bizzarra la scelta: una sola, soggettiva, menzione, del più grande tacendo, ovvero del magnifico Taurasi, e lode tessendo di un emozionante "Taurì".
Ci si accomiata dal signor Antonio Caggiano, geometra per professione passata, vitivinicoltore per ambita passione e anche fotografo, ringraziandolo per quanto sta facendo sul suo territorio per valorizzare ulteriormente, tendendo all'eccellenza, un vino che non ha l'eguale.
(Vincenzo D'Antonio)

 
8/9/2001

http://www.caggiano.it