|
|
| Angelo Gaja, classe e ironia |
| di Luca Rossetti |
| |
Angelo Gaja non è solo un produttore di vino, ma anche una specie di “case history” internazionalmente nota dell’enologia, per cui non ci perderemo in superflue introduzioni.
Di Angelo Gaja – produttore in quel di Barbaresco – e dei suoi vini si è detto tantissimo e i circa trentadue “attacchi” a cui abbiamo pensato per questo articolo alla fine non davano ragione nè del personaggio nè tantomeno del piacere di accoglierlo nelle nostre pagine.
E allora eccovi una piccola parte del “Gaja pensiero”, in equilibrio tra il suo essere – in fondo – un consumatore quasi come tutti gli altri e alcune sue idee ...
Come consumatore si ritiene: tollerante, curioso, insoddisfatto?
“Sono un curioso, da sempre. Questa curiosità mi è stata utile per correggere l’assuefazione, l’abitudine ai vini di Langa, che era in me sin dalla nascita. Più ho esteso la conoscenza dei vini prodotti altrove, più ho acquistato consapevolezza del grande potenziale dei nostri vini, in parte ancora inespresso.
Non ho mai pensato che i vini prodotti altrove siano dei miraggi, irraggiungibili per la loro qualità, ma ho imparato ad averne grande rispetto e ad amare le diversità”.
Quando deve scegliere un vino o un piatto qual è la principale motivazione che la spinge?
“Non sono un gourmet e non ricerco la perfezione degli abbinamenti. Però se me ne propongono uno azzeccato ne resto affascinato. Negli ultimi tempi mi sono lasciato influenzare da una moda che ho visto diffondersi negli Usa, in Giappone, altrove: sedermi a tavola con l’idea di godermi una bottiglia importante; questa è la prima scelta.
Il cibo, più o meno abbinato, viene dopo. Così ora che per ragioni di lavoro mi debbo recare spesso a Bolgheri, prediligendo i ristoranti di pesce fresco e non avendo sempre voglia di bere bianco, non sono affatto mortificato dalla trasgressione di una bottiglia di un grande rosso della zona, perché mi piace così, anche se l’abbinamento non è straordinario”.
Cosa le piace di un vino?
“Mi incuriosiscono i vini diversi, quelli con carattere e forte personalità, anche se non assolutamente perfetti, un poco ombrosi, permalosi, vagamente misteriosi: quei vini che nell’arco dei dieci minuti che sono nel bicchiere cambiano dieci volte, quelli che non puoi definire compiutamente nel carattere solamente con una degustazione affrettata.
I vini solari, quelli che ti vengono incontro come un libro aperto, senza che occorra un minimo di sacrificio, di ricerca per scoprirli li bevo anche, ci mancherebbe, ma mi intrigano di meno”.
Qual è la sua opinione sulle attuali tendenze nel consumo di vino?
“Piuttosto positiva. I consumatori “curiosi” stanno crescendo – lentamente ma inesorabilmente – un po’ ovunque, anno dopo anno. Sono ancora lontani dall’essere maggioranza, però danno sempre più filo da torcere ai ristoranti e alle enoteche (queste sì, ancora maggioranza) che avevano calibrato le loro proposte sulle esigenze dei consumatori “abitudinari”.
E sono i consumatori “curiosi” che spingono i vini di pregio sul palcoscenico, facendoli diventare bevanda di moda”.
Quali sono gli errori che non si dovrebbero mai commettere nell’acquistare una bottiglia di vino e – sul versante opposto – quali quelli dei produttori?
“Non ci sono errori che il consumatore non dovrebbe mai commettere. Acquistare una bottiglia di vino dovrebbe essere innanzitutto un gioco: ci sta anche, purtroppo, di restare qualche volta fregati da chi sui vini, invece, ci campa. Suggerirei, però, di non comperare mai una bottiglia di Soave per curarsi un’ulcera allo stomaco; di Chateau Petrus per digerire un arto di ferro senza guanto di velluto; di Biferno (vino del Molise) per gettarla giù d’un fiato sperando di sognare due volte il paradiso; di Sassicaia e una di Gaja per mescolarle e proporle all’assaggio – a sua insaputa – di Giacomo Mela e chiedergli cos’è; di “Carica l’asino” (nome varietale) al ministro Visco e di “Pulcinculo” (altro nome varietale) da regalare al senatore Bossi; di Dolcetto per offrirla a chi sputa sempre amaro; di “Four Roses” (vino del Salento) da regalare all’amata, che ne merita almeno un fascio di dodici.
Elencare tutti gli errori che potrebbe fare un produttore porterebbe via troppo spazio. Ne cito solo alcuni: scrivere nella retroetichetta “Stappare prima di bere e servire a 22 gradi per assaporare più compiutamente aromi e delizie (letta in passato); scrivere in etichetta “Vino elevato amorevolmente in barriques del Massiccio centrale di Francia” oppure anche soltanto “vino barricato”; preparare edizioni speciali di etichette per celebrare la vittoria del campionato della Lazio; utilizzare bottiglie a forma di auto da corsa, elicotteri da guerra o statue di Padre Pio; applicare sulle bottiglie bollini vari (suggeriti da premi, riconoscimenti, sodalizi) invece di ridare dignità al vino e sottrarlo all’insidia delle patacche; credere che il prezzo faccia la qualità.
Non è così. Il prezzo lo fa la domanda dei consumatori. In presenza di una offerta costante nel tempo il prezzo può crescere solamente dopo che la domanda si sia talmente accanita da restare costantemente insoddisfatta.
E, per concludere, lamentarsi con i “giornalisti/degustatori” perché non riconoscono il giudizio o il punteggio al quale il produttore aspira, per non dargli l’impressione di onnipotenza e aiutarli a mantenere i piedi per terra”.
Parliamo di guide, articoli o degustazioni dell’”esperto” di turno. Ritiene ci sia ancora la possibilità – o la voglia – perché ciascuno faccia le proprie scoperte?
“Perché fare le proprie scoperte, improvvisarsi Veronelli, Maroni, Masnaghetti, Cernilli (ed è un lavoro faticosissimo, lo assicuro) quando loro ti bruciano sul tempo e le scoperte le hanno già fatte e le faranno sempre prima di te?
Accontentarsi, invece, di tenersi informati, di coltivare il proprio gusto, di bere di tanto in tanto cosa suggeriscono loro ma non bere tutto come oro colato. Sviluppare il proprio senso critico, senza lasciarlo sconfinare nell’arroganza e nella presunzione.
Ci si diverte assai di più a fare gli umili”.
Non le spiace che i suoi vini non siano alla portata di un pubblico più vasto?
“C’è chi fa le macchine da corsa e chi fa le utilitarie. Le ultime sono molto più utili e benemeriti, poi, quelli che le producono più sicure e meno inquinanti. Chi ha deciso per le macchine da corsa si colloca in una nicchia minuscola e deve accettarne onori e oneri”.

|
| |
| 2/2/2001 |
|