Se volete rendervi conto di cosa significhi l’alternarsi delle generazioni in una famiglia di vignaioli, se volete vedere una parte d’Italia splendida e troppo dimenticata e assaggiare vini che vi conquisteranno, abbiamo una meta da proporvi, ovvero l’azienda agricola Pepe, in quel di Torano Nuovo, in provincia di Teramo, proprio dove le Marche lasciano il posto all’Abruzzo. Qui è terra di Trebbiano e di Montepulciano d’Abruzzo, di vini generosi, caldi, di gran stoffa... e se di questi vini si comincia a parlarne sempre più spesso il merito è proprio di Emidio Pepe e di un altro “grande”: Edoardo Valentini.
Noi abbiamo avuto il piacere di farci un giro in questa terra splendida, perché da qualche tempo volevamo conoscere i Pepe, una famiglia che ci ha sconcertato a ogni Vinitaly, mettendo in degustazione vini di annate oramai introvabili, a partire dagli anni Sessanta.
Sembrano vini eterni, perfino giovani anche se hanno quindici o vent’anni di onorato invecchiamento alle spalle... autentici monumenti. Ma è solo la parte finale di una storia molto lunga, di un uomo che fa il vino come piace a lui, senza concedere nulla alle innovazioni o alla meccanizzazione. Emidio Pepe fa tutto a mano, aiutato dalla sua famiglia. Un esempio? La sua uva si pigia con i piedi e per diraspare passa i grappoli (“Solo i migliori – ci dice – gli altri si buttano via, altrimenti come si fa a fare il vino buono?”) su di una rete metallica che ha una tessitura tale da far passare gli acini interi, senza frantumarli. Poi con un secchio li carica nelle botti di cemento (“Garantiscono una temperatura più costante e il sapore non viene cambiato dal contatto, per quanto limitato, con l’aria”, ci spiega) dove fermentano senza anidride solforosa o lieviti, così, interi come sono stati staccati dai raspi, “... perché – ci dice Emidio – così danno un vino più morbido, più completo”. Svina “quando il vino arriva a otto di zuccheri”, e ci aggiunge – in una misura che decide per ogni vasca – la pressatura delle bucce della stessa vasca. Il risultato è che ognuna regala un vino differente: senza “correttivi” ogni botte ha la sua storia, tanto è vero che qualche ristorante si è lamentato di questa “incoerenza”.
Ma Emidio è fatto così e il suo vino lo fa come vuole, riconoscendo alla sua creatura una sorta di libertà, di indipendenza, di voglia di diventar grande da solo. Una specie di integralismo che non è da tutti, ma ci piace moltissimo pensare che qualcuno sia ancora così in un mondo dove la standardizzazione e la “ripetitibilità” del gusto sono una legge imperante.
Ha deciso di imbottigliare nel 1964 ed erano in molti da queste parti a prendersi gioco di lui, a credere che fosse un pazzo. E allora inizia a viaggiare per il mondo per vendere il suo vino, per un “ostracismo” che non è del tutto scomparso. Ne volete una prova? Qualche tempo fa gli arriva una telefonata di Alberto Tomba che dice di avere assaggiato il suo vino in Canada e di non riuscire a capire come mai non poteva ripetere quella splendida esperienza in Abruzzo, dove si trovava, perché non riusciva a trovarlo. Aggiungiamo altro?
Andiamo avanti: Emidio non toglie dalle botti la “race”, i residui del vino imbottigliato. Certo, verifica con grande attenzione – e con un lavoro certosino – che non si siano create sacche d’aria tra il cemento e questi depositi. Una prassi inutile, verrebbe da dire, ma il padrone di casa ci racconta che il vino del ’95, annata ottima, ha lasciato un ricco strato di depositi che il ’96, annata decisamente più magra, si è mangiato. Il tutto a sostegno della sua tesi che il vino si nutre, vive, respira ed è capace di riequilibrarsi in assoluta autonomia.

Viene imbottigliato a mano e messo a riposare per tutto il tempo che serve: in giugno, quando siamo andati a trovarlo, aveva appena deciso che era giunto il momento di commercializzare il 1983, perché era finalmente pronto. Una volta “maturo” le bottiglie vengono messe in piedi, travasate in bottiglie nuove, etichettate, tappate e imballate, tutto rigorosamente a mano, tutto opera di Rosa, la moglie di Emidio. 30mila bottiglie, più o meno, che sono il risultato di gesti e tecniche antiche e forse proprio per questo berne una è una emozione che si ricorda a lungo.
Quando il mercato ha però mostrato una predilezione per vini più giovani, Emidio ha dovuto un poco rassegnarsi e abbinare alle sue mitiche riserve vini che nascono da processi più brevi e, dunque, con una maggior freschezza, pronti da bere a un paio d’anni dalla vendemmia.

A queste due linee se ne è aggiunta recentemente una terza. E in effetti in cantina ci sono delle pompe, una pressa pneumatica e qualche barrique, tutte cose che Emidio guarda storto. Non è roba sua, non fa parte della sua storia: sono di Stefania Pepe, l’altra faccia della medaglia, se così possiamo definirla. Non perché non condivida le “modalità” del padre, anzi: quando parla di lui si capisce che c’è un rispetto, uno “sguardo” che è qualcosa in più del risultato del normale rapporto tra padre e figlia.
Lui è e sarà sempre un maestro, questo è chiaro, ma come tutti i giovani capaci Stefania ha voglia di fare la sua strada. Da qui la sua idea: “Voglio fare un vino giovane, con attrezzature più moderne... vini che siano in linea con i consumi odierni, diverso dal vino di mio padre. Un pizzico di metabisolfito di potassio e nient’altro: in questo ho imparato la lezione di mio padre, altrimenti, a furia di aggiungere questo e quello, si arriva a fare un vino che potrebbe essere prodotto ovunque”.
“Non si può pensare – aggiunge – di lavorare sempre come cento anni fa: come si può non avvalersi della tecnica quando la rinuncia significa, per fare un esempio, dormire in cantina per sorvegliare la fermentazione. Noi vinifichiamo circa 300 quintali d’uva dei nostri sette ettari di vigneto, non possiamo farne di più: gli altri quattro, cinquecento quintali siamo costretti a venderli. Con questa terza linea vorrei riuscire a vinificarli tutti, cosa impossibile per una azienda famigliare come la nostra se utilizzassimo solo il metodo di mio padre”.
Stefania si è specializzata in marketing, dopo la laurea in economia e commercio, e viaggia il mondo per conoscere sistemi e tecniche. “Il mio re è il cliente, per cui faccio quello che chiede. Non voglio stravolgere quanto mio padre mi ha insegnato, ma c’è l’esigenza di rendere le cose più veloci e anche meno costose, miscelando l’esperienza di famiglia con i vantaggi di strumenti nuovi”.
Emidio guarda, sorride e sembra scuota la testa. Lascia fare, come è giusto che sia. E poi per lui c’è la sfida dell’Australia: c’è andato quasi per gioco e se ne è innamorato al punto di comperarsi una tenuta di venti ettari: torneremo a trovarlo per assaggiare il suo Montepulciamo d’Abruzzo “made in Australia”.
D’altra parte gli bastano un secchio, i suoi piedi e qualche botte di cemento per avere qualcosa da dire anche da quelle parti. Ancora qualche minuto per salutarci, per un ultimo sorso di un immenso e fresco (!) Montepulciano d’Abruzzo 1977 e per ringraziare il cielo – o chi per lui – di questo grande incontro.
Azienda agricola Pepe
via Chiesi, 10
64010 Torano Nuovo (Teramo)
tel. e fax 0861 856493
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www.emidiopepe.com

