Casa vinicola Triacca
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23030 Villa di Tirano (Sondrio)
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La prima cosa che ci fa notare appena arriviamo nella sua cantina a Villa di Tirano è il panorama che ci circonda: un mare di vigneti abbarbicati alla costa montuosa dove – però – emergono precisi segni che la Valtellina in passato, doveva essere un autentico tappeto di vigneti. La vegetazione alpina si sta riappropriando delle terre strappate con tanta fatica nel corso dei secoli, segno di una viticoltura eroica i cui protagonisti troppo spesso soccombono davanti a mille e mille difficoltà. E in fondo è giusto partire da qui, perché a Domenico Triacca va riconosciuto un grande, enorme merito: avere studiato il vitigno Nebbiolo (che da queste parti si chiama Chiavennasca) non solo per ottenere cloni migliori, ma per coltivarlo in modo più umano, per trovare una formula che consentisse anche su questi ripidi pendii di non condannare i viticoltori ai lavori forzati.
È stato un innovatore in Valtellina, un ruolo che ha saputo conquistarsi con grande fatica e superando le critiche di molti, anche di quanti ora hanno compreso che devono seguire le sue orme se vogliono ottenere certi risultati. Lo scopo è arrivare a una viticoltura moderna, con il giusto apporto di manualità. Basti pensare che dalle 1200 ore per ettaro qui si è scesi a 600, 700 nel vigneto di Valgella e alla Tenuta Casa La Gatta, dove sono manuali la defoliazione (la rimozione di parte del fogliame per ottenere una maturazione ottimale), il dirado dei grappoli (per far sì che nei “superstiti” ci sia una maggiore concentrazione) e la posa nei filari – in autunno, tre settimane circa prima della vendemmia – di fogli di plastica argentata che riflettono il sole.
In fondo la Tenuta Casa La Gatta, oltre a essere un vero e proprio “laboratorio” per la viticoltura di forte pendenza, è divenuta un modello e non solo per la Valtellina.

Domenico Triacca – svizzero, esponente, con i fratelli Gino e Giovanni, della quarta generazione di viticoltori della famiglia che ha comperato i primi 2mila metri di vigneto in Valtellina nel 1897 – ha acquistato questo ex convento domenicano con i suoi 13 ettari a vigna nel 1969, convinto a sperimentarvi le sue idee. Ed eccolo ridisegnare il profilo delle montagne per creare, all’interno delle tradizionali terrazze, dei ciglioni, dei gradoni dove collocare la vite nel miglior modo possibile. Abbandona il “ritocchino” (ovvero la disposizione dei filari nel senso della pendenza) e opta per il “giropoggio”, così da creare filari lunghi anche un chilometro e con spazi che consentano una lavorazione meccanizzata.
È stato il primo a utilizzare la monorotaia, rinuncia al diserbo chimico e l’erba tagliata diventa un concime naturale. Gli interfilari più larghi gli consentono anche trattamenti più mirati, grazie a speciali atomizzatori montati su un piccolo trattore che riducono del 60 per cento la quantità di prodotto necessaria.
“Su questi terrazzi – ci dice Domenico Triacca – ho potuto sperimentare anche il concetto di impianti ad alta densità, oltre 7.500 ceppi per ettaro, con una resa di un chilo di uva per pianta. E ho lavorato molto sulla selezione clonale, partendo da 213 esemplari di Chiavennasca e arrivando a utilizzarne sette dopo anni e anni di prove e di vinificazioni separate”. Anche sulla “forma” della vite ha voluto dire la sua e, ispirandosi alla “Lyra” francese, ha messo a punto un nuovo sistema. Le viti sono piantate a coppie, molto vicine fra loro: una si sviluppa verso l’alto, l’altra verso il basso, avvalendosi del sostegno di apposite “mensole” con una angolazione tale da garantire alle due “ali” la migliore esposizione ai raggi del sole. Con questo metodo la superficie fogliare è più che doppia rispetto a prima, una specie di “pannello solare” che consente di ottenere grappoli più ricchi di zuccheri, di polifenoli e di aromi, un’uva che dà un vino più morbido e più ricco di estratti.


Un lavoro lungo, durato oltre vent’anni, partito dalla vigna ma che non ha potuto non coinvolgere la cantina, anche se qui le soluzioni, improntate alla stessa “filosofia Triacca”, sono meno rivoluzionarie.
La cantina è stata sistemata recentemente, nel 1997, e la scelta è caduta su vasche a doppia camera: la parte superiore è il vero e proprio vinificatore (munito di pistoni che muovono delle pale per programmare le follature in automatico) mentre la parte bassa accoglie il prodotto svinato. “Con queste vasche termocondizionate – ci dice – e sperimentando una precisa alternanza delle temperature riesco a ottenere un colore eccezionale con tempi di fermentazione brevi, così da estrarre solo i tannini “buoni”ed evitando quelli astringenti, verdi, amari. Per alcune “specialità” ricorriamo al freddo anche per i vini rossi, una pratica che ci consente di portare tutti gli aromi dell’uva nel vino. Usiamo questo sistema dal 1997 e abbiamo immediatamente constatato che nei vini ottenuti dalle vendemmie degli anni successivi abbiamo aromi e profumi che non avevamo mai nemmeno immaginato di potere ottenere”.
E adesso il lavoro continua: “Il recente riconoscimento della Docg per il Valtellina Superiore è sicuramente stato un momento molto importante per la viticoltura della valle, perché ha portato a un momento di coagulo e di positiva discussione tra noi produttori. D’altra parte usciamo da un periodo di grande e generale trasformazione... e a ciò si aggiunge il “Progetto Sforzato”, un programma teso a promuovere il grande vino rosso valtellinese proprio in una stagione che vede i consumatori evoluti molto attenti verso i rossi importanti”. Una voglia di andare avanti, di sperimentare, di crescere che è stata ed è la chiave del successo dei Triacca non solo sul mercato nazionale, un successo che non si basa solo sui 45 ettari di vigneto che la famiglia possiede in Valtellina, ma che si fonda anche sulla tenuta di Montepulciano (la Fattoria Santavenere, 80 ettari di cui una parte già in produzione) azienda ancora in fase di sistemazione e su un’altra azienda del “gruppo”, la Fattoria La Madonnina, 100 ettari di vigneto a Greve, nel Chianti classico. Un successo che conta soprattutto, però, sull’inventiva e la passione di Domenico Triacca, una “voglia di fare bene” che si ritrova intatta in tutti i suoi vini, dall’impressionante “Sauvignon del Frate” (un’autentica sorpresa in una terra non certo famosa per i bianchi) alla “Riserva Triacca”, dal “Casa La Gatta”, allo “Sforzato” o al “Prestigio”, autentiche bandiera dell’enologia valtellinese.

