
“Vino? Beh, nostro padre un bicchiere lo beveva volentieri. Lui era un buongustaio, amava le cose genuine: piatti semplici, cibi fatti in casa e il vino delle nostre terre. A dosi moderate, però. Non eccedeva mai”.
Castello Sforzesco di Vigevano: Alberto e Carlotta Guareschi sono nella città ducale per inaugurare una mostra sulla vita del babbo, il grande Giovannino. Una ventina di pannelli che ripercorrono le vicende della penna che ha creato Don Camillo e Peppone; foto, disegni, documenti, lettere e ritagli di giornali che hanno girato la penisola in lungo e in largo. La mostra è una delle attività del Club dei Ventitre, il sodalizio, con sede a Roncole Verdi, nel Parmense, che da undici anni riunisce gli estimatori dello scrittore, italiani e stranieri. Il cub è una sorta di centro studi: oltre a occuparsi della mostra, pubblica un giornale (“Il fogliaccio”), cura l’archivio e il sito internet (www.giovanninoguareschi.com).

Il vino è una presenza significativa nell’opera di vostro padre?
“È così... del resto, il vino è nella cultura e nella vita dei contadini e delle genti della Bassa. È, quindi, naturale che lo si trovi nei suoi racconti e nei suoi lavori”.
Qualche titolo?
“Ce ne sono diversi. Andiamo a memoria: “La terra ai muratori”, “Lo storico discorso”, “Lambrusco con Garibaldi“ e, soprattutto, “La Malvasia del re”. In questo racconto, che è apparso sul “Candido” nel ’53, si narra di una Malvasia così buona che l’oste che la produce decide di offrirla solo al re. Alla fine, però, quando cade la monarchia, se la scolano anche Peppone e i suoi compari”.
Il vino ha fatto passare anche qualche guaio a Giovannino Guareschi…
“Gli è costato una condanna, in appello, a otto mesi di carcere con la condizionale. Con l’accusa di aver offeso, a mezzo stampa, il presidente della Repubblica. Il fatto risale ai primi anni ’50, quando al Quirinale c’era Luigi Einaudi.
Il papà fu condannato per una vignetta di Carletto Manzoni, pubblicata dal “Candido”, che ironizzava sul Nebbiolo prodotto dalle viti del Presidente. Sull’etichetta c’era scritto vino proveniente dai “tenimenti del senatore Einaudi”. Nostro padre in tutto ciò aveva visto una caduta di stile. La vignetta incriminata, che era intitolata “Al Quirinale” ritraeva alcune bottiglie disposte in fila come dei corazzieri. A Roma non l’apprezzarono. La denuncia partì da due deputati”.
Vostro padre, oltre che scrittore, è stato anche ristoratore.
“È vero. Nel 1964, a Roncole, aprì il ristorante Guareschi. L’intento era di dare un lavoro a noi due. Qualche anno prima, nel ’57, aveva messo in piedi un caffe. Ciò, per offrire un conforto ai tanti turisti che giungevano in paese per visitare la casa di Giuseppe Verdi” (fino alla chiusura, nel ’93, il ristorante è stato gestito dal figlio Alberto e dalla sua famiglia, oggi ospita la sede del club e una mostra permanente sulla vita di Giovannino, ndr.).
Parliamo del ristorante. Quali erano le vostre specialità?
“La cucina era quella tipica della Bassa: salumi, in particolare il culatello, paste fatte in casa, trippe... insomma cose semplici. Come secondi servivamo maiale, brasato di manzo, bolliti misti. Una delle specialità erano i cotechini in maschera, cioè cotechini fasciati con polpa di vitellone. Era un’antica ricetta di casa Verdi. Due volte alla settimana facevamo anche il pane, cotto in un forno a legna disegnato dal papà. La farina veniva da un tipo particolare di frumento, il “gentilrosso”, coltivato nei nostri poderi, senza concimi chimici. Lo macinavamo in un vecchio mulino a palmenti. Il papà amava moltissimo il profumo del pane. Ma producevamo anche del vino”.
Davvero?
“Dalla cantina uscivano circa 15mila bottiglie all’anno di Fortanella e di Lambrusco. Avevamo due vigne: una, quella del Fortanella, a Pavarara di San Secondo, l’altra, quella del Lambrusco, a Corticelli di San Secondo. Erano vitigni di 40 anni e passa: poca uva ma un buon vino”.
Entriamo nei dettaglio…
“Sono entrambi rossi piuttosto vivaci, da bere presto. D’estate, ogni tanto ci scoppiava qualche bottiglia. Il Fortanella è un vino a bassa gradazione che si accompagna bene ai salumi. Molto salato, con profumo di viola e gusto amabile. È un vino che sgrassa bene la bocca: con un po’ di pane e del buon salame è il massimo.
In un passo de “La terra ai muratori” si legge, più o meno: “... gli uomini di poche parole si comportano, spesso, come le bottiglie di Fortanella. Se le lasciate tranquille nel loro angoletto, con il sedere nella sabbia fresca, si presentano per quello che sono: umili bottiglie di un umilissimo vinello a bassissima gradazione. Cavatele fuori dall’ombra e, appena avrete cominciato ad avvitare il cavatappi nel sughero, vi troverete coinvolti in una specie di eruzione vulcanica”.
E il Lambrusco?
“Il Lambrusco è un vino che non ha bisogno di molte presentazioni. Il nostro, anche a detta di enologi esperti, era ottimo.
Si trattava di un uvaggio di Lambrusco Maestri, Scorzamara e Fortana. Le bottiglie prodotte venivano servite al ristorante e nostro padre si divertiva a disegnare le etichette. Lui ha sempre amato lavorare con matite e colori. Sulle etichette del rosso aveva disegnato un manifestante che – di ritorno dal comizio, dopo aver bevuto qualche bicchiere – si era addormentato sotto un albero. Su quelle del bianco, un Trebbiano che altri producevano per noi, la famosa “Bionda”, la vacca in piedi sulla pianta”.
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