|
|
| Il vino nelle Odi di Orazio |
| di Alda Russo Scavino |
| |
Citare i versi di Orazio che esaltano il vino, specie quello pregiato conservato in anfore al fondo di fresche e buie cantine, è talmente abituale che si rischia la banalità.
Meno consueto è riflettere sulle occasioni in cui Orazio ci esorta a “depromere Caecubum cellis avitis” (tirare fuori il Cecubo dalle cantine secolari); oppure prendere in esame tre o quattro odi che ci permettano non tanto di capire i pregi intrinseci di un buon vino di allora (e di ora), ma di cogliere la concezione della vita di uno dei più grandi e travisati poeti classici, il cui “epicureismo” è stato spesso contrabbandato come invito a godere l’attimo fuggente, mentre ha una ben diversa profondità.
Esaminiamo, ad esempio, l’ode nona del primo libro: Orazio, in una fredda giornata invernale, invita il suo ospite a tirare fuori il vino “di quattro anni” dalla cantina avita, con cui gli amici brinderanno parlando pacatamente tra loro di cose quotidiane davanti al fuoco acceso. Da quel momento conviviale, rallegrato da un Cecubo (vino rosso) di annata, saranno rigorosamente esclusi i gravi problemi politici (e la Roma di quegli anni ne aveva di più gravi dell’Italia odierna: stava morendo la Res pubblica!) e filosofici (nasceva una scuola “eclettica” che prendeva dalle varie teorie greche quello che poteva conciliarsi con la mentalità pratica romana), perché turberebbero il clima famigliare di amici politicamente e culturalmente diversi fra loro.
Affidando agli dei “cetera” (tutto il resto) Orazio ci rivela il suo pessimismo storico – cui l’uomo deve sottostare – e la sua volontà ferma di salvare almeno gli affetti, creando attorno a essi la difesa dello “stare bene insieme”, di cui la scelta di un vino pregiato è l’arma vincente (il vino con funzione consolatoria e aggregante).
Ben diversa è la funzione che questo dono della natura assume nel famoso “Nunc est bibendum” (ora bisogna bere) della ode 37a del primo libro! Orazio ha appena saputo che Cleopatra, la grande regina nemica di Roma, è morta: bisogna festeggiare con vino eccelso questa notizia che fa sperare in un futuro di pace per la repubblica.
“Ante hac nefas depromere acubum” (prima d’ora, finché incombeva sulla patria il rischio della rovina, era colpevole tirar fuori dalla cantina il vino buono): qui la funzione che il poeta affida al vino è festaiola, perché esso aiuta l’uomo a rompere ogni vincolo e a esprimere sfrenatamente la sua gioia esultando per uno scampato pericolo pubblico.
Ma le parole in cui più profondo appare il rapporto tra il vino e la concezione oraziana della vita sono contenute nella 11a ode del primo libro, dedicata a Leuconoe, la fanciulla ingenua che tesse sogni illusori sul suo futuro, poesia che a diciotto anni abbiamo amato senza capire.
Orazio invita Leuconoe a non cercare di capire il suo futuro, perché agli uomini questo non è concesso ed è meglio “quidquid erit pati” (sapere accettare qualunque cosa accadrà). Per imparare questa saggezza esistenziale Leuconoe, e con lei ogni individuo, dovrà vivere intensamente giorno per giorno (carpe diem) e “abituarsi a filtrare i vini” (vinaliques), compito che richiede mano ferma e pazienza, doti poco naturali in una giovinetta fremente ma necessarie per dare al vino la limpidezza e la purezza che ne farà un grande vino, sia esso Falerno, Cecubo o Tiburno.
Qui il vino da filtrare diventa simbolo della capacità di autocontrollo che l’uomo, più della giovinetta, deve acquistare attraverso un lavoro umile ma importante, come doveva essere nella Roma di Orazio preparare il vino per l’invecchiamento.
Orazio, infatti, pensava che ogni individuo – per vivere saggiamente – deve temere quando tutto va bene e sperare quando tutto va male, dominando le sue passioni e ponendo nell’amicizia sincera e nella pace civile gli obiettivi concreti della sua esistenza breve e insicura. Il vino lo può aiutare rallegrando la sua cena con gli amici e accrescendo la sua esultanza di cittadino, fornendogli occasioni di autocontrollo e di equilibrio fisico e mentale.
Ci sono anche altre odi, in cui il vino è cantato come fonte di oblio, quando l’ubriachezza impedisce all’uomo di pensare e soffrire, ma sono le meno originali, perché in esse Orazio si rifà alla poesia di Alceo, il lirico greco del VI secolo avanti Cristo, che vede il vino come rimedio alle pene d’amore e che fu preso spesso a modello per la poesia conviviale.
Orazio ama bere in occasioni ben precise: “nunc” (ora); non ama il vino in sé, ma per l’aiuto che offre all’individuo. Moderno nella sua classicità.
|
| |
| 31/1/2001 |
|