Metti una giornata che promette bene, con il cielo blu e l’aria pungente, quella di gennaio. Metti un caffè di prima mattina, che ti scalda con i saluti e le battute scherzose degli amici, quelli di sempre. Metti poi l’autostrada, che tira diritta in mezzo ai vigneti fino ad incontrare la grande scritta, che dice che sei in terra di Franciacorta, quella delle bollicine. Serve altro?
Metti allora la calda accoglienza di chi, con 40 anni di attività, si può considerare la "griffe" storica di questa terra, ed allora capisci che una giornata da BERLUCCHI non potrà che essere una giornata eccellente, di quelle da ricordare.
Da tempo c’erano contatti per una visita “ufficiale" di Vinealia e finalmente è arrivato il momento di varcare la soglia di questo tempio del sacro nettare di Bacco, di questa casa storica che, diciamolo, da molti è considerata anche un po’ “industriale” – termine che da noi ha spesso una connotazione negativa – ma a cui è sicuramente legata una bella fetta della storia dello spumante italiano (si usa ancora questa parola?) metodo classico. Da queste parti si arriva di umore ben disposto: l'anfiteatro Sebino ti accompagna con il suo paesaggio pacato, tenue, ondulato, ancora abbastanza intatto, se non fosse per qualche capannone che si scorge qua e là, tra chiese e castelli da conoscere e da visitare, tra palazzotti e ville del '600. Maison Berlucchi è una di queste, te la trovi di fronte appena cominci a salire la collina, con il grande cancello in ferro che guarda su distese di vigneti e l’insegna storica (quella che hai visto mille volte sulle bottiglie) sulla facciata in mattoni.
“Salve”, “Salve”. Sulla porta ci accoglie una ragazza carina e gentile, che ci affida quasi immediatamente all’esperienza e alla squisitezza di Marcello Avigo, che oltre a fare gli onori di casa comincia a sciorinare numeri e vicende di questa cantina grandiosa. E sono numeri che fanno impressione: i quasi 5 milioni di bottiglie prodotte in un anno, i 13 milioni di bottiglie in cantina, i 13mila visitatori in un anno, fanno di Berlucchi una realtà quasi unica in Italia. In un Paese dove la dimensione media di chi fa vino è poco più grande della bottega, e dove i più – esperti del settore, ma anche consumatori – sono convinti che solo piccolo è bello e che sia impossibile fare qualità nella quantità, Berlucchi rappresenta una gran bella eccezione. In cantina le bottiglie sono ordinate e allineate a centinaia di migliaia, anzi a milioni, parete dopo parete, corridoio dopo corridoio. Certo, le romantiche pupitres sono rimaste solo nella parte più antica e suggestiva della cantina, quasi come reliquia per i turisti, mentre nella parte nuova le più moderne ceste, inclinate a quarantacinque gradi come un’impressionante batteria di lanciamissili, danno comunque uno spettacolo mozzafiato. Dovunque, le lanterne in ferro battuto, appese altissime sulle volte della cantina, diffondono una luce fioca che dona un tocco di atmosfera, rendendo lo spettacolo ancora più suggestivo.
Anche la “catena di montaggio” rappresenta un bello spettacolo. Qui alla Berlucchi la fase di lavorazione che, finito il periodo di fermentazione, porta la bottiglia ad essere pronta per il mercato (leggi degorgement, dosaggio, tappatura eccetera eccetera) è altamente automatizzata,. Marcello ce la descrive così bene che è come se la vedessimo funzionare. Si vede lo appassiona il lavoro qui alla Berlucchi: pieno d’orgoglio, ci ricorda che in italia ogni 8 secondi si stappa una bottiglia proveniente dalla “sua” cantina. Certo, facendo la media delle bottiglie è così, anche se bisogna ricordare che gran parte del consumo è concentrato nelle festività. Ma a noi non va di ricordare la filosofia del pollo di Trilussa e anzi, cogliamo l’occasione per scherzare sul fatto che forse è giunto il momento di riportarci in pari con la media, visto che – dopo circa un’ora di visita – di bottiglie non ne abbiamo ancora aperte.
Marcello non se lo lascia ripetere e allora via alla gioia del palato, ma anche a quella degli occhi: le bottiglie ci attendono nella quattrocentesca dimora Berlucchi, dove il grande camino, i quadri, gli affreschi alle pareti e sul soffitto sono tutti da ammirare. Si comincia, ovviamente, con la Cuvee Imperiale Brut, il prodotto “base” di Berlucchi, ma anche quello che ne ha decretato il grande successo.
E’ Cristina Ziliani in persona (al centro nella foto sotto) a guidarci nella degustazione e nel ripercorrere le vicende di questa grande cantina. La storia di Franco, papà di Cristina, magari l’abbiamo sentita o letta altre volte, ma sentir raccontare dalla viva voce della figlia di quella bottiglia di champagne stappata in un lontano giorno di Natale, e da allora mito/ossessione del padre enologo che decise a tutti costi di fare quel tipo di vino, è tutta un’altra cosa. Franco voleva offrire agli italiani un vino con un buon rapporto qualità/prezzo, che potesse diffondere il piacere di pasteggiare, e non solo di festeggiare, con “bollicine” prodotte in Italia. Il progetto diventa realtà dopo l’incontro con Guido Berlucchi, nobile imprenditore agricolo proprietario dell’omonima azienda, il resto è storia: l’idea di non fare più un vino bianco fermo (il “Pinot del castello”, idea però non gradita, inizialmente, al conte Guido), le prime tremila bottiglie di “Pinot di Franciacorta”, che poi diventano ventimila e poi sempre di più, avviando quel processo che ha portato la Franciacorta da “cenerentola” delle zone viticole d’Italia ad essere una delle realtà più apprezzate.
E’ appassionata Cristina, affiancata da Roberta Zani, responsabile delle relazioni esterne, mentre racconta questa storia.
Ma Berlucchi non è solo storia, è anche un’azienda ben attiva nel presente e con una chiara “visione” del futuro, con i fratelli Paolo e Arturo, l’enologo, ben intenzionati a rinnovare la qualità del prodotto. La Cuvee Imperiale Brut (che intanto continuiamo a sorseggiare) è una pietra miliare, ma la qualità va continuamente innalzata anche perché il consumatore di oggi è sempre più evoluto e, ammettiamolo, nella percezione del consumatore si posiziona sempre come prodotto di qualità, ma non al top. Ecco allora che l’azienda, in un rinnovato percorso di eccellenza ha acquistato nuovi vigneti, ha intrapreso il rinnovamento di quelli esistenti, reimpiantati con la tecnica del vigneto policlonale e con densità di impianto dagli 8mila ai 10mila ceppi per ettaro, ha rinnovato completamente il centro di pressatura di Borgonato e realizzato due centri di pressatura in Trentino (a Lavis) ed in Oltrepò Pavese (a Casteggio), installando moderne presse a membrana, che consentono una spremitura soffice, il controllo accurato di tutte le fasi di spremitura ed un efficace frazionamento dei mosti.
Come da programma, la giornata ha un lieto epilogo a tavola, nell’elegante e curato RelaisFranciorta, di proprietà dell’azienda. Quale occasione migliore per degustare i “pezzi forti” di Berlucchi, in abbinamento ai piatti del territorio bresciano e del vicino lago d’Iseo? Si comincia con il Cellarius Brut, che nasce da un’accurata selezione di uve, dopo una maturazione di 36 mesi dalla vendemmia. E’ un prodotto di qualità superiore riservato ad enoteche e ristoranti. Si prosegue con il Vintage 1999, un vino decisamente più complesso, dai profumi evoluti. Non manca anche una piccola “anteprima”: il Cellarius Rosè, un prodotto nuovo, molto interessante, dal bellissimo colore buccia di cipolla, prodotto ancora in quantità limitata. A questo punto non sfuggiamo alla tentazione di porre una domanda a Cristina: a quando un prodotto “top”, magari anche un po’ di nicchia? Cristina tergiversa, dice che la parola nicchia non rientra molto nella filosofia Berlucchi, ma alla fine (forse) ammette che sì, qualcosa del genere in mente (o forse già in cantina?) ce l’hanno, ma ovviamente è tutto top secret.
Non riusciamo ad “estorcere” di più, ma ovviamente speriamo che ci sia davvero, in casa Berlucchi, qualche novità di cui parlare nei prossimi anni, anche perché sarà un’ottima scusa per tornare da queste parti.
Mauro Rizzi
|