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Tutti i colori del Bianco 2007
Grande degustazione-evento a Monteforte d'Alpone (Verona)
 
Nell’ambito della manifestazione “TUTTI I COLORI DEL BIANCO”, tenutasi lo scorso zeek end nel magnifico chiostro del palazzo Vescovile di Monteforte d’Alpone, abbiamo avuto la fortuna di poter partecipare, come inviati di Vin&alia alla spettacolare degustazione, riservata alla stampa, dal titolo “Formidabili quegli anni”.
In una sala, gremita all’inverosimile, tanto che i bicchieri occupavano tutta la superficie dei tavoli non lasciando il seppur minimo spazio per prendere appunti, abbiamo degustato 16 vini bianchi con la caratteristica di avere almeno 10 anni d’età; ciascun vino veniva introdotto dal produttore che ne tracciava a grandi linee la storia produttiva e le caratteristiche salienti.
Vi possiamo assicurare che ben difficilmente abbiamo avuto l’opportunità di affrontare una simile batteria di prodotti, i più giovani dei quali erano dell’annata 1997, spingendosi col più vecchio, anagraficamente parlando, non certo organoletticamente, sino al 1981; questa degustazione ci ha fornito un’ulteriore prova, se ancora ce ne fosse stato bisogno, che alcuni vini bianchi, se ben fatti, possono affrontare il trascorrere del tempo a volte meglio di tanti rossi, e soprattutto che il luogo comune del “ vino bianco da consumarsi in tempi brevi” è per l'appunto solamente un luogo comune.
I vini sono stati proposti partendo dai più giovani, con l’eccezione del Cabreo La Pietra 1987, servito per primo a causa degli impegni successivi del produttore, Ambrogio Folonari.
Di seguito proponiamo l’elenco dei vini assaggiati in ordine di servizio e con le nostre impressioni; oltre al solito giudizio, ricordiamo ancora una volta “personalissimo”, forniamo anche il punteggio assegnato; di alcuni vini troverete un doppio punteggio, il primo è riferito alla degustazione del vino appena servito, il secondo, che tiene conto dell’evoluzione del vino nel bicchiere è riferito a una successiva analisi effettuata dopo aver assaggiato tutti i prodotti.
Cabreo La Pietra 1987 (Chardonnay) di A. e G. Folonari: il colore è giallo dorato scarico molto luminoso, nel nostro bicchiere è presente un evidente sedimento; al naso si presenta alcolico, intenso, con frutta tropicale matura e sfumature di idrocarburi; in bocca è pieno, strutturato, con leggera ossidazione, comunque piacevole e mai fastidiosa, l’utilizzo del legno è percepibile ma mai invadente, le note vanigliate sono riscontrabili soprattutto alla bocca, dove ricorda le nocciole (87-88 il punteggio assegnato). Ad una seconda analisi, è ormai trascorsa oltre un’ora dal primo assaggio, emergono note di cioccolato al latte, pasticceria, marzapane (88-89 punti).
Terre Alte 1997 di Livio Felluga: paglierino leggermente dorato, luminosissimo; al naso è strepitoso, intenso, fruttato, floreale, erbaceo (erbe officinali), minerale ed elegantissimo; la grande mineralità è evidente anche in bocca, dove il vino si presenta fresco, vegetale (camomilla), forse un poco magro ma di grande persistenza, anche se onestamente dopo l’esame olfattivo ci saremmo aspettati qualcosa di più (91-92 punti). In seconda analisi sia l’eleganza olfattiva che la mineralità sono ancora più evidenti.
Vignot 1997 (Erbaluce), di Orsolani: paglierino dorato scarico, molto brillante; sentori leggermente tostati al naso, intenso e di buona eleganza; in bocca si presenta intenso ed alcolico, di buona struttura e buona eleganza, si percepisce frutta tropicale, mango, melone, discreta le persistenza e buona l’acidità, con un finale leggermente amarognolo (89 abbondante il punteggio). In seconda battuta emerge l’eleganza olfattiva.
Soave Classico 1997 di Suavia: dal colore giallo dorato, brillante e di buona intensità; intenso anche al naso, con un’evidente nota tostata (caffè), un poco bruciante, con ricordi di pietra focaia; strutturato in bocca, erbaceo, con legno percettibile e buona persistenza (87-88 punti).
Verdicchio Podium 1997 di Garofoli: giallo carico il colore, quali dorato, molto luminoso; intenso ed alcolico al naso, con evidente frutta tropicale e persca gialla matura, sfumatura minerale; minerale anche in bocca con nota di mandorla amara, fresco, con buona acidità, forse non lunghissimo (88 punti). Risentito in seconda battuta presenta sentori eterei, con note di smalto e vernice.
Marengo Terre di Franciacorta 1996 di Villa: giallo dorato carico con riflessi verdognoli, molto luminoso; intenso al naso con evidenti note di tostatura, frutta tropicale (papaia, mango); legno abbastanza percettibile in bocca, un poco amaro il finale (86 punti). L’eleganza olfattiva emerge in seconda analisi (87).
Etna Superiore Pietramarina 1996 di Benanti: giallo dorato scarico molto luminoso; di buona intensità olfattiva, con sentori di pelle di salame; difficile in bocca, con evidenti note di idrocarburi, vino molto complesso e difficile (88). Riassaggiandolo emergono curiosamente al naso sentori di mela verde, buona l’acidità.
Lugana 1996 di Zenato: giallo dorato di buona intensità, luminosissimo; frutta tropicale e legno evidente al naso; di buona struttura, con frutta tropicale in bocca, discreta la persistenza (88). Ad una seconda analisi appaiono olfattivamente molto evidenti le note tostate (nocciole) (87).
Gavi La Scolca 1995 di La Scolca: paglierino carico, quasi dorato, ottima luminosità; leggera nota ossidativi al naso; minerale in bocca, ma con nota ossidativi percepibile (85-86). Col trascorrere del tempo il vino si apre, mostrando note minerali (86-87).
Il Tornese 1995 (Chardonnay) di Drei Donà: giallo dorato carico molto luminoso; molto minerale al naso, con note di idrocarburi e sentori di frutta tropicale, molto elegante; intenso in bocca, buono sia il frutto che la struttura e la persistenza (90 punti). Riassaggiato notiamo l’alcolicità e l’intensità olfattiva che col passare del tempo rende il vino un poco pesante (89).
Soave Salvarenza 1995 di Gini: dorato carico luminoso; eleganti sentori di idrocarburi e di frutta tropicale al naso, molto intenso; strutturato in bocca, quasi masticabile, intenso, molto buono. Siamo di fronte ad un grande prodotto (92 punti).
San Lorenzo 1995 di Dominio di Bagnoli: da colore dorato carico brillante; naso molto particolare e curioso, intenso, alcolico, con note di cioccolato al latte e ricordi di miele, molto elegante e difficile da inquadrare; i ricordi di miele li ritroviamo in bocca (87-88 punti). In analisi successiva l’eleganza olfattiva appare ancor più evidente (89).
Vintage Tunina 1995 di Jermann: paglierino di media intensità, molto luminoso; al naso è delicato, minerale ed elegante; impressionanti sono sia la freschezza che la mineralità in bocca. Si tratta di un vino strepitoso e nel pieno della sua gioventù (94-95 punti). In seconda analisi il naso ci appare ancor più stupendo.
Vignamare 1994 (Pigato) di Lupi: giallo dorato, luminoso; curioso il naso, fine ed elegante; in bocca ci appare molto sapido ma un poco piatto, certamente non è nella sua migliore forma (85 punti).
Costa del Vento 1992 (Timorasso) di Walter Massa: paglierino non molto carico con riflessi dorati, molto luminoso; naso intenso ed elegante, con leggere note ossidative; molto minerale in bocca (88 punti).
Palai 1981 (Muller Thurgau) di Pojer e Sandri: paglierino abbastanza scarico, luminoso, nel nostro bicchiere troviamo leggeri sedimenti, ricordiamoci che questo vino ha più di 25 anni; naso elegante, fresco e vegetale (erbe officinali), di discreta intensità; ancora fresco in bocca, vegetale, quasi inspiegabilmente giovane, ottima la mineralità gustativa (89-90 il punteggio).

M diamo una occhiata a quanto è successo oltre a questa importante degustazione. "Tutti i colori del bianco"ha avuto un importante successo di pubblico, segno che la proposta di degustare uno stesso vino bianco italiano, in verticale, piace agli appassionati e stuzzica i curiosi. Oltre 2500 bottiglie provenienti da tutta Italia, coinvolte tutte le regioni della penisola, 150 le aziende italiane presenti, 35 i territori a denominazione rappresentati, 300 i vini selezionati, oltre 100 i vini Soave in assaggio, più di 80 giornalisti accreditati. Questi i numeri della seconda edizione dell’evento dedicato al vino bianco italiano, coordinato dal Consorzio tutela vini del Soave.
Ogni cantina ha messo in assaggio lo stesso vino prodotto in due annate differenti, con una parata di vini bianchi al top di gamma dell’annata in commercio a maggio, accompagnata dallo stesso vino non più recente dell’annata 2002.
Accanto all’appuntamento “100 bianchi super star d’Italia” in doppio assaggio, si è tenuta la degustazione “Le Stagioni del Soave in 10 Vendemmie”, una inedita verticale per sondare tutte le potenzialità della Garganega. Con “Bollicine Old Fashion” sono invece stati messi in assaggio 10 spumanti classici millesimati in una degustazione pubblica che prevedeva l’annata in commercio e una di almeno 10 anni.
Molti e stimolanti i temi emersi nel corso del talk show dal titolo “Che bianco” durante il quale nomi dell’altra enologia italiana hanno dato il loro contributo e lanciato qualche provocazione.
L’apertura del convegno è stata affidata ad Alberto Bertelli, medico e farmacologo, ricercatore del dipartimento di Morfologia uUmana dell’Università di Milano e vice presidente della commissione “Vino e salute” dell’Oiv, l’Organizzazione internazionale del vino. "Si è sempre parlato di proprietà antiossidanti del vino rosso", ha esordito il professore. "Giusto. Ma va detto che anche il vino bianco ha notevoli proprietà antiossidanti, di grande rilevanza per l’uomo, che vanno inserite all’interno di una corretta alimentazione. E’ necessario che la ricerca scientifica si applichi infatti in questa direzione".
Politico invece l’intervento di Riccardo Ricci Curbastro, presidente da npve anni di Federdoc, che ha puntato il dito contro le politiche di espianto perseguite dall’Unione Europea. Non ha mancato poi di sottolineare il danno derivante dall’eventuale liberalizzazione delle etichette evidenziando come "... in America il Sauvignon Blanc è il vino che ha più successo ma ad oggi non esiste produttore che in etichetta non segnali anche il luogo di produzione come Marlborough o Napa".
Interessante l’intervento di Susy Ceraudo, dell’omonima azienda, quando ha descritto l’origine della sperimentazione del suo Imyr e della possibilità di personalizzare grazie al territorio anche uno chardonnay. Sono seguiti a ruota gli interventi di Ambrogio Folonari, che ha ricordato tra le sue tante glorie il blasonato Galestro, e di Silvio Jermann, che ha invece evidenziato come per alcune eccellenze quali il suo Vintage Tunina talvolta le denominazioni rappresentino delle "... gabbie entro cui costringere gli uvaggi".
Giorgio Soldati ha sottolineato invece la necessità di sperimentare nel vino. "Le partite migliori non le abbiamo mai imbottigliate. Le abbiamo sempre messe da parte tanto che oggi dalla prima all’ultima vendemmia messa da parte corrono undici anni di distanza. Abbiamo voluto vedere fin dove era possibile arrivare. Una vera sfida contro il tempo".
Giorgio Benanti, siciliano, ha parlato invece della sua azienda vinicola fondata nel 1992 e del ruolo essenziale del territorio. "Volevo produrre quello che avevo visto da bambino senza violentare il territorio. Il territorio, nel nostro caso di origine vulcanica, è infatti il fattore chiave che dà al vino un senso stesso. Se il vino diventa semplicemente un prodotto da fabbricare ha perso la sua ragione di esistere".
Dalla Sicilia alle colline di Soave, Valentina Tessari, di Suavia, ha parlato invece del progetto di selezione del Trebbiano da loro realizzato in collaborazione col professor Attilio Scienza dell’Università di Milano. "Due anni fa abbiamo dato vita ad un vigneto solo di Trebbiano. Questo vitigno, pur maturando prima rispetto alla garganega, veniva sempre coltivato assieme, col risultato che veniva vendemmiato sempre sovra maturo. Il nostro esperimento è destinato ad evidenziare le potenzialità di questo vitigno nel tempo poco valorizzato".
Beatrice Contini Bonacossi dell’azienda Tenuta di Capezzana ha invece parlato del suo “Trebbiano Rosa” lasciato in vigna fino alla metà di ottobre, un vino "... del quale si producono solo 5mila bottiglie, barricato il 10% in botti nuove, il resto in botti con più anni. Per questo lo propongo con la carne".
Da una produttrice all’altra, Nadia Zenato, dell’omonima casa vinicola bandiera del Lugana, ha invece sottolineato gli sforzi fatti dall’azienda alla ricerca dei cloni più adatti al terroir nella zona di San Benedetto di Lugana, perchè "... crediamo molto nell’originalità del vino bianco, legato al territorio".
Di colore è stato invece l’intervento della giornalista america Jennifer Rosen, esperta di vino, che ha descritto come vengono percepite negli Stati Uniti le produzioni vitivinicole europee. Joseph Reiterer, con la sua cantina metodo classico più alta d’Europa, una sorta di boutique delle bollicine, ha descritto quali sono gli spazi commerciali che aziende di nicchia come la sua possono avere, accanto a colossi spumantistici come quelli trentini.
Enrico Vallania, dell’azienda Vigneto delle Terre Rosse, ha invece spiegato perchè la sua azienda ha sempre evitato di utilizzare il legno fin dagli inizi degli anni ’70, mentre Filippo Felluga, ha esaltato il fatto che in Friuli "... forse più che in altre regioni, la tendenza a creare degli uvaggi è molto legata al concetto di tipicità territoriale".
Tecnico l’intervento di Sandro Gini, dell’azienda Agricola Gini di Soave, che ha esaltato la capacità della garganega di durare negli anni, se ben vinificata. "Dall’85 la nostra azienda non fa più uso di anidride solforosa. Il nostro vino, in purezza, e vinificato correttamente sa vincere così la sfida contro il tempo".
Lorenzo Zonin, è tornato sull’importanza del terroir e sull’adattabilità del vitigno. "In America abbiamo piantato oltre 20 vitigni differenti per trovare quelli più adatti. Di fatto si tratta di un lavoro che nelle generazioni passate veniva fatto artigianalmente dai nostri nonni, a testimoniare che la selezione è sempre stata considerata un punto di arrivo importante".
Brillanti gli interventi di Carlo Garofoli, Tommaso Lupi e Francesco Solana nel tracciare l’evoluzione storica che hanno vissuti i bianchi italiani a partire dalla metà degli anni ’70, sia in termini di qualità, sia in termini di presentazione del prodotto al consumatore.
Mario Pojer ha concluso infine l’incontro con un importante intervento tecnico."In Cantina si può distruggere il vino. E’ necessario mantenere integro il potenziale che si raccoglie in vigna. Nel nostro caso abbiamo puntato ad un vino, puro, privo di solforosa, sfruttando il glutatione, un antiossidante presente naturalmente in alcune cultivar. Abbiamo infatti utilizzato una nuova tecnologia per la vinificazione in assenza di ossigeno. Quattro anni fa era solo una provocazione. Oggi esportiamo questa tecnica in tutto il mondo. Credo molto nella longevità dei vini bianchi perchè se vinificati correttamente possono durare per decenni. Ho assaggiato recentemente un Terlaner di oltre cento anni, da uva garganega, ed era perfetto. Per la mia natura mi piacerebbe molto sperimentare questo vitigno nel mio territorio".
Lorenzo Colombo

 
19/5/2007