Speriamo che le polemiche, che hanno tenuto banco tra gli addetti ai lavori, durante la due giorni della seconda edizione dI ITALIA IN ROSA non vadano a rovinare il futuro di questa bella manifestazione, che, ideata lo scorso anno dal Consorzio del Garda Classico, in collaborazione con Bruno Donati e con il comune di Moniga del Garda, offre la possibilità agli appassionati, di confrontare la migliore produzione enoica nazionale di vini rosati.
E’ vero che non ci sono state rivoluzioni rispetto alla precedente edizione, ma solamente degli aggiustamenti; la formula, ormai collaudata, in tutte le manifestazioni dove c’è lo zampino di Donati, prevede infatti un convegno iniziale, sotto forma di talk show, al quale seguono degustazioni libere delle centinaia di prodotti che ogni volta riesce radunare, coinvolgendo un numero considerevole di cantine, provenienti da tutto il territorio nazionale.
Nei commenti all’edizione dello scorso anno erano state proposte diverse soluzioni migliorative, nella maggior parte dei casi certamente costruttive e finalizzate a una maggiore valorizzazione della manifestazione, non crediamo, come da qualche parte insinuato, che non siano neppure state prese in considerazione da parte del Consorzio Garda Classico, e dal suo presidente Sante Bonomo; piuttosto pensiamo che gli organizzatori abbiano dovuto fare i conti con il problema principale di tutti gli eventi: “il vile denaro”, ossia i costi che avrebbero comportato determinate, se pur apprezzabili scelte.
Siamo sul Garda, zona turistica per eccellenza, durante l’estate ogni comune cerca di offrire ai suoi ospiti decine di eventi, di manifestazioni, di spettacoli, dove quasi sempre il vino gioca un ruolo fondamentale, il consorzio e i produttori sono costantemente subissati da richieste di prodotti, possibilmente a costo zero, per dissetare le migliaia di turisti che partecipano a queste manifestazioni, quasi sempre, per non scontentare le amministrazioni comunali e gli organizzatori dei vari eventi sono “costretti” a sponsorizzazioni non sempre volute, e questo certamente pesa sui bilanci, e costituisce una buona parte delle diciamo “spese promozionali”.
Se quindi non si trovano altri munifici sponsor, crediamo proprio che non si possano mettere in pratica determinate, seppur pregevoli idee.
Certo si potrebbe fare di più, sarebbe decisamente interessante per gli addetti ai lavori, ma non solo per loro: poter assaggiare i vini in condizioni più appropriate, tranquillamente seduti poter confrontare le diverse tipologie, mettere in comparazione prodotti di una medesima zona per analizzarne le sfumature, comparare diversi stili produttivi, diverse tecniche, e tutto quant’altro richieda comunque uno spazio più rilassato; tutto questo senza nulla toglier all’allegra kermesse, che vede centinaia di appassionati, tra cui spiccano numerosissimi giovani, tra i quali molte ragazze, che affollano le tensostrutture dove decine di sommelier si affannano cercando di accontentare tutti nel miglior modo possibile.
E’ certamente interessante poter ascoltare, durante il convegno, numerose diverse testimonianze, di tecnici, di produttori, di operatori del mondo del vino, purtroppo però, l’elevato numero di relatori non permette il dibattito, non essendoci gli spazi temporali, non permette altresì l’approfondimento dei diversi argomenti trattati, che rimangono quindi solamente spunti; forse una possibilità potrebbe essere quella di definire un singolo argomento, sul quale scavare in profondità, sul quale dibattere, confrontarsi, ed uscire con qualcosa in più di acquisito.
E’ emerso inoltre, prima, durante – nell’acuta analisi di Mattia Vezzola – e dopo il convegno, il problema dato dalle diverse modalità di produzione di questi vini e dall’inserirsi nel mercato di produttori che hanno sempre snobbato questa tipologia di vini, ma che ora si affrettano a produrli attratti dal puro business, dato dall’interesse dei mercati mondiali per i rosati.
Fondamentale è che il tutto non diventi un puro fenomeno di moda, come avvenuto anni addietro con i vini novelli, prodotti in tutte le regioni, utilizzando decine di vitigni, senza considerare la propensione degli stessi a determinate vinificazioni.
Tra le diverse metodologie di produzione dei rosati, è da più parti apparsa un’avversione verso quei prodotti derivati dalla tecnica del “salasso”, quasi sempre determinata dal voler produrre grandi vini rossi, e che a volte vede i vini rosati che ne derivano come un sottoprodotto di tale tecnica; noi non siamo assolutamente di quest’avviso, ricordiamoci infatti che questa tecnica è radicata in diverse zone vinicole, e utilizzata, con il nome di “saignée”, per produrre alcuni grandi Champagne Rosée.
Siamo comunque concordi che per produrre un grande vino rosato occorra aver un progetto, il cui caposaldo deve essere che i vigneti siano stati piantati a tale scopo.
IL CONVEGNO
Elevato come dicevamo il numero di relatori che si sonno succeduti con i loro interventi, dopo l’introduzione di Bruno Donati, che ha fornito interessanti dati sulla produzione e sul consumo di questa tipologia di vini: 27 i milioni di ettolitri di rosati prodotti nel mondo, che costituiscono circa il dieci percento della produzione, il settantacinque percento di questi vini viene prodotto in Europa, di cui sei milioni sono prodotti in Francia, paese che consuma più Rosé (ventitre percento circa) che vini bianchi; in Italia la regione più produttiva è il Veneto, con 5,5 milioni di litri.
A seguire Carlo Albero Panont, direttore del Consorzio Vini Oltrepò Pavese, ha presentato il Cruasè, ospite d’onore dell’evento, metodo classico ottenuto da Pinot Nero, vitigno che nell’Oltrepò Pavese occupa ben 3.000 dei 3.850 ettari italiani; quasi 2.000 ettari di questi vigneti sono finalizzati a produrre basi spumante.
Due le relazioni più importanti, la prima, di carattere tecnico, affidata al dottor Onofrio Corona, della Facoltà di Agraria dell’Università di Palermo, “La maturazione dei rosati con la tecnica Sur Lies”, ha analizzato l’utilizzo di questa particolare tecnica, di origine borgognona, utilizzata in origine per la produzione dei vini bianchi in barrique, e quindi estesa sia ai recipienti in acciaio come pure ai vini rossi.
La sperimentazione di Corona è stata effettuata su un vino rosato derivante da uve Nero d’Avola, e prevedeva diverse variabili, come l’utilizzo sia di vasche d’acciaio che di barriques, e l’uso di fecce fini (lieviti ormai esausti dopo la fermentazione alcolica, e quindi in disfacimento – autolisi, utilizzando un termine tecnico -) sia derivate dallo stesso vino, che provenienti da vinificazione di Chardonnay; i risultati di questo test, senza voler entrare in dettagli tecnici, hanno dimostrato che la maturazione “Sur Lies” produce vini rosati dal buono spettro sensoriale, donando loro complessità, e favorendone al contempo la durata nel tempo.
Decisamente interessante anche il lavoro svolto dalla giornalista Maria Cristina Beretta: “I Rosati nell’alta ristorazione”, un’accurata indagine tra i cento più quotati ristoranti italiani, analizzandone le rispettiva carte dei vini, alla ricerca di vini rosati.
Ne esce una situazione desolante, dove spesso appare evidente che i primi a non credere in questa tipologia di prodotti sono appunto i ristoratori, è sconcertante notare che in carte dei vini con centinaia di etichette la percentuale dei rosati raramente raggiunge il due percento, con casi eclatanti, come ad esempio l’Enoteca Pinchiorri di Firenze, uno tra i più quotati ristoranti italiani (tre stelle Michelin), con migliaia di vini in cantina, dove non ci sono rosati, ad eccezione di una decina di spumanti.
L’inchiesta si è quindi spostata sulla grande distribuzione, dove pur non essendo la situazione per i rosati (scusate il gioco di parole) “rosea”, è certamente migliore, con una presenza che sfiora il cinque per cento.
Si sono quindi succeduti gli interventi di Massimo Lupi, produttore ligure, regione nella quale si producono solamente 750 ettolitri di rosati all’anno, che ha parlato dell’Ormeasco, vitigno diffuso nel ponente ligure, e della vinificazione Sciac-Tra’. Alberto Antoniolo, produttore di Gattinara, ha illustrato i rosati da uve Nebbiolo. Sante Bonomo, presidente del Consorzio Garda Classico, ha evidenziato le problematiche del territorio, con i vigneti costretti a lasciare sempre più spazio all’edilizia, con la costruzione di villaggi, residence e seconde case; basti pensare che nel solo territorio di Moniga del Garda, nel corso di trent’anni, la produzione di vino è scesa da venti milioni a due milioni di litri. Giulio Barzanò, dell’azienda franciacortina Il Mosnel, ha evidenziato la crescita esponenziale del Franciacorta Rosé (più 50% in un anno), che ha ormai raggiunto le 750 mila bottiglie. Lorenzo Zonin, dell’omonima azienda, proprietaria della Tenuta Il Bosco in Oltrepò Pavese, ha relazionato su: “Il Rosé dell’Oltrepò Pavese: forza e stile del Pinot Nero”. Luciano Piona, dell’Azienda Cavalchina, dice decisamente no alla tecnica del salasso, molto utilizzata in passato per la produzione dei Bardolino Chiaretto; per mantenere l’acidità, fondamentale per dare freschezza ai vini rosati, lui procede con una vendemmia anticipata, anche di dieci giorni, delle uve, Corvina in maggior parte, Rondinella e poca Molinara. Carlo Nerozzi, dell’azienda Le Vigne di San Pietro, ha dedicato il suo “Corderosa”, un Igt prodotto da uve Corvina, alla moglie, un vino nato quindi per amore. Fausto Peratoner, direttore generale di La-Vis, ricorda che nella Doc Trento, riservata agli spumanti Metodo Classico regionali, ci sono circa un 7-8% di rosati, mentre tra quelli esportati in Europa (circa il 15%), ben l’ottanta percento sono rosati. Alessandro Righi, responsabile della produzione della Cantina Produttori San Paolo, traccia la storia del Lagrein in Alto Adige, vitigno dal quale si produce anche una versione di vino rosato “Kretzer”, dal nome del cesto intrecciato che serviva un tempo a separare le bucce dal mosto. Lodovica Lusenti, dell’omonima azienda piacentina, ci descrive il suo “Fiocco di Rose”, un vino rosato prodotto tramite vinificazione ramata di Pinot Grigio; un tempo assai diffusi, i Pinot Grigio ramati avevano patito la moda dei vini color bianco carta e quindi venivano spesso decolorati utilizzando carboni vegetali che ne snaturavano la complessità. Luigi Cataldi Madonna, produttore dell’aquilano, relaziona sul Cerasuolo d’Abruzzo, vino storico, per il quale è stata richiesta la modifica del disciplinare di produzione, staccandolo definitivamente dalla Doc Montepulciano d’Abruzzo.
Abbiamo già accennato all’intervento, fuori programma, di Mattia Vezzola, tra i punti trattati dal famoso enologo, vogliamo ricordare la netta distinzione effettuta tra spumanti rosati e vini fermi, e in questa seconda categoria tra “Rosati”, vini rossi molto chiari, con più corpo e meno acidità, spesso prodotti nel sud, e “Chiaretti”, vini del nord, molto più scarichi di colore e con maggior vena acida. Giuliano d’Ignazi, direttore della produzione di Terre Cortesi Moncaro, importante azienda marchigiana, che evidenzia come negli ultimi dieci anni la produzione regionale di vino rosato sia raddoppiata, raggiungendo ormai 600 mila bottiglie, prodotte da oltre cinquanta aziende. Sempre dalle Marche, Pasqualino Gabrielli, enologo della Saladini Pilastri, azienda che con il suo “Consenso 2008” ha ottenuto la Gran Medaglia d’Oro all’ultimo Vinitaly. Benedetta Contini Bonacossi, della Tenuta di Capezzana, di Carmignano, parla della tradizione del Vin Ruspo, prodotto tramite salasso ed un tempo “ruspato” ovvero rubato, dai mezzadri per il consumo familiare. Damiano Calò, dell’azienda Rosa del Golfo, traccia la storia aziendale, con il primo vino rosato prodotto nel 1964; attualmente l’importanza dei rosati è evidenziata dalle ben160 mila bottiglie prodotte, ben la metà di tutta la produzione aziendale. Mauro Contini, dell’omonima azienda sarda, sottolinea l’importanza di questa categoria di vini all’interno dell’enologia regionale: due milioni di bottiglie prodotte, in maggior parte derivanti da Cannonau; importante numericamente anche la produzione di rosati da uve Nieddera, vitigno coltivato nella Valle del Tirso.
Tocca quindi a due importatori: Nicola Sarzi Amadè, che da pochi anni distribuisce il Tavel, piccola Aoc francese della Côte du Rhône, dedicata esclusivamente ai vini rosati, e Pietro Valdiserra, della F.lli Rinaldi, importatori dello Champagne Jacquart, tra la cui produzione spicca il Brut Mosaïque Rosé; vino d’assemblaggio per antonomasia lo Champagne, assemblaggio di uve, di zone e di annate.
In chiusura di convegno, Pia Berlucchi, presidente dell’Associazione Donne del Vino, ha presentato in anteprima il libro “Scenari di marketing del vino. Una prospettiva al femminile”, edito dalla Franco Angeli e curato da Andrea Rea, professore di marketing presso diversi istituti universitari; il volume sarà in libreria dal prossimo mese di settembre.
LA DEGUSTAZIONE
Con duecentosettanta vini disponibili, provenienti da diciotto regioni italiane, non c’era che l’imbarazzo della scelta; non abbiamo per la verità degustato molti campioni, scegliendo di focalizzare la nostra attenzione principalmente su due regioni, Puglia e Marche; ecco quindi i nostri migliori assaggi, elencati in ordine di preferenza, tutti i vini, salvo diversamente indicato, sono dell’annata 2008. Tra parentesi i prezzi medi in enoteca, estrapolati dal ponderoso e ben fatto manuale d’uso alla manifestazione, sul quale tra l’altro sono presenti tutte le relazioni del convegno, complete di grafici e tabelle esplicative.
Puglia
Igt Salento Rosato “ Masseria Altemura”, della Casa Vinicola Zonin: uve Negroamaro. Rosa aranciato non molto intenso il colore; bel naso, elegante, con note fruttate e di fieno; buono il frutto alla bocca, sapido, con ricordi agrumati di mandarino, elegante e lungo. (€ 7,20)
Igt Salento “Diciotto Fanali 2007”, della Casa Vinicola Apollonio: prodotto con uve Negroamaro e fermentato in botti di acacia, dove si affina per dodici mesi, il vino si presenta alla vista con un color arancione scarico; il naso è decisamente interessante e fuori dal comune, presentando sentori di rabarbaro e tamarindo uniti a quelli di pesca matura; in bocca è morbido, con note di rabarbaro, vaniglia e caffè, lunga la persistenza. (€ 7,00)
Igt Salento Rosato “Taranta”, di Vetrere: Negroamaro e Malvasia le uve utilizzate. Alla vista si presenta un un colore rosa aranciato di media intensità; intenso ed interessante il naso, agrumato, con sentori di chinotto e di ciliegia; intenso alla bocca, con un buon frutto e decise note di caramella al lampone, sapido e dalla buona persistenza. (€ 6,50)
Igt Salento “Kreos”, di Castello Monaci: 90% Negroamaro e 10% Malvasia Nera. Dal colore rosa scarico, buccia di cipolla; delicato al naso, con leggeri sentori di frutti rossi e di ananas; pulito, fresco, fruttato, agrumato, piacevole alla bocca. (€ 7,00)
Donna Lisetta, Spumante Brut Rosé senza annata, di Leone de Castris: 50% Pinot Nero, 30% Chardonnay e 20% Pinot Bianco; spumantizzato con metodo Charmat lungo (circa 9 mesi). Color petalo di rose scarico; bel naso, fruttato, floreale, pulito, con leggeri sentori di lievito; buono il frutto alla bocca, il vino è fresco, agrumato, sapido, piacevole da bersi e di buona persistenza. (€ 7,70)
Igt Salento “Five Roses 65° Anniversario”, di Leone de Castris: 80% Negroamaro e 20% Malvasia Nera. Dal color lampone, intenso e luminoso; di media intensità olfattiva, con sentori di frutti di bosco ed accenni di caramella alla frutta; buona la struttura alla bocca, dove il vino è intenso, fruttato e sapido, buona infine la persistenza. (€ 8,65)
Igt Salento “Metiusco”, di Palamà : Negroamaro. Il colore è rosa aranciato di media intensità; intenso al naso, con sentori fruttati, floreali ed erbacei; buono il frutto alla bocca (pesca), sentori di erbe officinali, sapido e di buona persistenza. (€ 7,50)
Igt Puglia “Ponte della Lama”, di Cefalicchio: Nero di Troia (l’azienda lavora secondo i dettami dell’agricoltura biodinamica). Dal colore rosa aranciato di media intensità; di media intensità olfattiva, con sentori fruttati e leggere sfumature erbacee; buono il frutto alla bocca, il vino è asciutto, leggermente tannico, piacevole e lungo. (€ 8,00)
Doc Salice Salentino “Maiana Rosato”, di Leone de Castris: 85% Negroamaro e 15% Malvasia Nera. Color rosa confetto di media intensità; di media intensità olfattiva, floreale, con sentore di tabacco dolce; agrumato e sapido alla bocca, con un buon frutto e buona persistenza. (€ 5,05)
Igt Salento Rosato “Rosa del Golfo”, dell’omonimo produttore: uve Negroamaro. Rosa aranciato di media intensità; media anche l’intensità olfattiva, con un buon frutto e sentori di caramella, leggere le note erbacee; anche alla bocca i sentori di caramella sono preminenti, con note di fragola e lampone, buona la nota sapida. (€ 7,00)
Igt Salento “Rosé Mottura”, di Mottura: Negroamaro in purezza. Color petalo di rosa scarico, buccia di cipolla; naso interessante, con sentori di erbe officinali (basilico), fiori bianchi e ciliegia matura; fruttato alla bocca, con sentori di fragola, lampone e caramella, sapido e dalla buona persistenza. (€ 10,00)
Doc Salice Salentino “Villa Mottura”, di Mottura: 90% Negroamaro e 10% Malvasia Nera. Dal color rosa di media intensità, con accenni aranciati; intenso al naso, con sentori floreali ed agrumati, piccoli frutti di bosco (lampone e fragola); intenso alla bocca, con ricordi di fragola e di gomma americana, sapido. (€ 10,00–15,00)
Igt Salento “Scirocco”, di Pirro Varrone: uve Negroamaro. Dal colore rosa aranciato di media intensità; bel naso, fruttato (fragoline), con leggere note di caramella; caramella al lampone e fragoline di bosco alla bocca, buona la vena sapida. (€ 9,00)
Doc Castel del Monte Bombino Nero “Pungirosa”, di Vinicola Rivera: rosa confetto molto scarico il colore; non molto intenso al naso, fruttato e leggermente erbaceo; sapido, pulito, semplice, piacevole alla bocca. (€ 7,00)
Marche:
Due spumanti ai primi due posti, si tratta del: Metodo Classico “Cuvée Madreperla” 2005 di Terre Cortesi Moncaro: 80% Verdicchio e 20% Montepulciano. Unico appunto su questo prodotto è che alla vista non ha nulla del rosato, infatti si presenta con un bel color giallo con leggeri riflessi ramati; al naso sentori di fieno e di tabacco dolce; buona l’intensità alla bocca, come pure la struttura, sapido e con sentori di fieno, piacevole e di buona persistenza. (€ 25,00)
Brut Riserva Rosé 2006 , Metodo Classico della Casa Vinicola Garofoli: uve Montepulciano. Dal colore rosa aranciato di media intensità; note di tabacco al naso; deciso l’ingresso alla bocca, leggermente aggressivo, sapido, con sentori di nocciole tostate e fieno secco, buona la persistenza. (€ 14,50)
Igt Marche Rosato “Komaròs”, sempre di Garofoli e sempre prodotto con uve Montepulciano: rosa pallido scarico il colore; bel naso, di media intensità, delicato, fruttato; leggermente tannico alla bocca, con sentori di fieno. (€ 6,30)
Igt Marche Rosato “Consenso”, di Saladini Pilastri: uve Sangiovese. Il colore è rosa aranciato di media intensità; intenso al naso, elegante e con un buon frutto; alla bocca piccoli frutti di bosco, caramella, gomma americana, media la persistenza. (€ 10,00)
Igt Marche Rosato “Codazzo”, di Cantina Terracruda: Aleatico e Sangiovese le uve utilizzate. Il colore è rosa intenso, luminoso, brillante; non molto intenso al naso, piacevole, accattivante, con sentori di confetto e pasta di mandorle; buono il frutto alla bocca, dove si percepiscono anche note di erbe aromatiche, leggermente amarognolo il fin di bocca. (€ 8,00)
Infine due prodotti provenienti da altre regioni: dalla Calabria l’Igt Valle dei Crati “Donn’Eleonò”, di Tenuta Terre Nobili: Magliocco e Nerello in parti uguali. Il colore è rosa aranciato; bel naso, elegante, fruttato; morbido alla bocca e con un buon frutto.
Dalla Campania il Doc Taburno “Rosato di Aglianico”, di Cantine Iannella Antonio: aranciato di media intensità il colore; buona l’intensità olfattiva, con frutto pulito e note di caramella; di media struttura alla bocca, sapido, con note fruttato-vegetali, lunga la persistenza. Vino interessante. (€ 8,00)
Ultima annotazione: il giorno di apertura della manifestazione, Venerdì 26 giugno, si è tenuta la sedicesima edizione del Trofeo Pompeo Momenti, concorso riservato ai Garda Classico Chiaretto, tra i ventisei campioni in concorso è risultato vincitore il Chiaretto di Leali di Monteacuto, produttore di Puegnago, la proclamazione e la premiazione del vincitore è avvenuta durante una cena di gala tenutasi nella nuova piazza di Moniga, inaugurata nel tardo pomeriggio, assieme alla rinnovata sede municipale, dal sindaco Lorella Lavo. Dopo l’inaugurazione si è tenuto un brindisi congiunto tra i presidenti del Consorzio Garda Classico, Sante Bonomo, e quello del Consorzio Bardolino, Giorgio Tommasi, per festeggiare lo scampato pericolo dato dall’ipotesi europea di produrre vini rosati, mescolando tra loro vini rossi e vini bianchi.
Lorenzo Colombo
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